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foto (1)All’alba di questa giornata che somiglia a tante altre mi ritrovo silenziosamente in viaggio verso sud, se sud è la parola adeguata per una distanza di appena 80 km, interessata quanto basta a portare a casa un’altra banale, tediosa mattinata di lavoro e del tutto inconsapevole di quanto sta per accadere da lì a poche ore.

Quello che vedo: paesaggi inconfondibilmente partenopei, qualche germoglio a testimonianza di un’altra primavera, stendini spiegati lungo strade affollate e automobilisti spietatamente in corsa ognuno verso la propria destinazione, incuranti del mondo circostante.

Napoli.

Quella che “vedi Napoli e poi muori”.

Ma non siamo a Napoli, qui.

Ci troviamo in una piccola, disordinata cittadina di provincia, poco distante dal capoluogo, un posto sconosciuto e tutto ammassato in cui succedono cose che fanno il giro del mondo e si confezionano opere d’arte che tutti desiderano e apprezzano e però nessuno lo sa che è da qui che provengono.

Ecco. Qui, per l’esattezza, è Casalnuovo di Napoli.

La prima persona che ho il piacere di incontrare porta il nome di Luca Verdicchio, un ragazzo distinto e galante, titolare di una piccola, grande sartoria che sforna ogni giorno capi maschili d’alta qualità e dalla manifattura impeccabile, frutto di un’antica tradizione familiare.

Sono immediatamente e spontaneamente colpita dalla storia di questo ragazzo, che avrà pressappoco la mia età o poco più e che sceglieva con un’innata consapevolezza questo mestiere intorno ai tredici anni, quel tempo della vita in cui io, per contro, scoprivo appena la socialità e me ne andavo in giro probabilmente con le due treccine e lo zainetto dell’Invicta, non perché mi piacesse davvero, quanto perché era il must del momento.

Ebbene, Luca in quello stesso istante se ne stava nella sartoria del suo ammirabile zio, prestigioso sarto e imprenditore, a imparare il taglia e cuci, a inserire il filo nell’ago e a tastare, scoprire, comprendere le qualità dei tessuti.

E questo è esattamente quello che lui ha fatto per i successivi 17 anni, con le sue manine che crescevano, apprendevano, perfezionavano lavorazioni di cui io non so niente e forse niente saprò mai.

Mentre mi perdo immaginando questa adolescenza alternativa, nel laboratorio di Luca operano in solenne silenzio altre tre persone, una signora piazzata dai capelli biondi che sembra sapere il fatto suo, e di là un ragazzo e una ragazza intorno ai 25 anni, entrambi riservatissimi e indaffarati, tanto da non prestare alcuna attenzione né all’intervista in corso (che è poi la ragione per cui io e la mia collega ci troviamo lì), né alla macchina da presa puntata su di loro.

Concluso l’incontro Luca accenna con entusiasmo ad un laboratorio poco distante in cui si realizzano cravatte di grande qualità, il cui prestigio sembra, a detta sua, essere riconosciuto in tutta Italia; e mentre istintivamente mi figuro un’azienda in grande stile, con l’insegna elegante e il personale imberlettato di tutto punto, mi ritrovo all’improvviso in una stanzetta angusta di una casa fatiscente, dove una ragazzetta poco più che ventenne fissa al tavolo la sagoma di una cravatta, e sotto i miei occhi la trasforma con fare minuzioso e attento in una piccola opera d’arte.

Dieci minuti di lavorazione, una cura e un amore in quei gesti ordinari, ripetuti infinite volte ogni giorno, armonizzati al punto da sembrare così facili che sul momento m’illudo di esserne capace anch’io.

A Casalnuovo c’è un laboratorio in ogni edificio, mi spiega caldamente Luca; la percentuale più alta al mondo di manifattura sartoriale per densità di popolazione, una proporzione inimmaginabile, un patrimonio che nessuno si preoccupa di tutelare, di comunicare, di raccontare.

E allora ve lo racconto io, nel mio piccolo, per quello che ho visto, per quanto posso.

Perché? Perché, semplicemente, io non respiro tanta arte manifatturiera ogni giorno e in qualità di forestiera non la trovo scontata, banale, ordinaria. Anzi.

Nel mio palazzo non c’è una vecchia signora che realizza capolavori sartoriali per suo marito o per il vicino dirimpettaio, né c’è una ragazzina che corre dopo la scuola a imparare un mestiere bello e nobile come questo.

Sulla strada di casa mia, non ci sono laboratori che tramandano arti simili di generazione in generazione, botteghe dove prima c’era la nonna, poi la mamma, e oggi un’altra me.

Perciò, con ancora il restrogusto del buon caffè assaporato prima del rientro, mi crogiolo nel raccontare la meraviglia dello straniero che inciampa in Casalnuovo, e mentre sfumano i paesaggi partenopei m’incanto a guardare attraverso il finestrino i giochi delle nuvole che si rincorrono, e tutt’a un tratto, come riempita fino a traboccare di questa nuova esperienza, penso:

Vedi Napoli e poi vivi.

Ma non trascurarne i dintorni.

db

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