Tag

, , , , , , , ,

(Tratto dalla storia vera di Nero, il gatto)

Prima Parte

-INFANZIA-

 

Io sono nato a Roma. Roma è la mia città.

Ho capito fin dai miei primi vagabondaggi che ci sono due tipi di umani: quelli a cui piacciono i tipi come me e quelli che invece li detestano, e i primi sono tutte coccole e carezze e ciotole strabordanti di cibi raffinati, gli altri, meglio tenersi alla larga, che intanto sono più grandi e forti di me, e poi è quasi sicuro che non cambieranno idea.

Poi c’è anche un’altra categoria: quelli che hanno pregiudizi. Lo dico perché io sono nero e potrà sembrarvi strano ma c’è ancora gente che quando avvista uno come me cambia strada o inorridisce, neanche avessero incontrato un mostro. Quelli lì sono i peggiori, perché se si lasciano prendere dal panico sono capaci di tirarti un calcio in pancia che poi stai male per giorni.

Una famiglia vera non ce l’ho avuta mai. Quindi è Roma la mia famiglia.

Per vivere bene non devi per forza appartenere a qualcuno,  ma è importante che tu abbia tanti amici pronti a soccorrerti quando nella spazzatura o per strada non rimedi cibo a sufficienza. E non è tanto difficile perché i potenziali collaboratori li inquadri subito; se ci sai fare, due moine e sono tuoi.

Nei miei primi mesi di vita ho elaborato una mappa mentale di tutto il quartiere per distinguere le zone franche da quelle a rischio, e ho totalizzato circa quattro case amiche per le situazioni d’emergenza, decine di bollini rossi e un’infinità di aree neutrali per starmene per conto mio senza essere disturbato.

Se vivi in strada devi saper badare a te stesso quindi è bene avere il quadro generale della situazione. Metti che piove, o che ti senti poco bene, metti che hai fame e freddo, non puoi permetterti di non avere un posto dove andare. Io modestamente ero “il Re” del quartiere.

Avevo una base di riferimento e in genere mi muovevo intorno a quella: la zona era niente male, c’erano giardini, stradine private e poco trafficate, e i palazzi non erano troppo alti perciò potevi correre di tetto in tetto e monitorare il quartiere dall’alto: il mio preferito stava proprio vicino alla base, dovevo solo mirare al muretto, saltare, percorrerlo tutto e poi con un balzo fatto bene godevo del miglior sole della capitale.

Un giorno che ero lì spalmato a rotolarmi nella mia pigrizia incontrai Sami, un borghesotto lindo e pinto che si vedeva che aveva una casa e una famiglia e la pancia piena. E dietro di lui, al di là della finestra, suo fratello, un grassoccio esemplare bianco che dormiva beato su un morbido cuscino; e poi c’era questa ragazza che ogni tanto allungava la mano carezzandolo, e il ciccione si contorceva tutto sotto quel tocco amorevole.

Ecco quella era una potenziale collaborazione. Da tenere presente.

Sami sotto i suoi modi eleganti da gran signore era tutto sommato simpatico; era un avventuriero nell’indole, si vedeva, solo che l’avevano imbalsamato in umane convenzioni e quindi a colpo d’occhio non faceva una bella impressione. Oh anche io conoscevo la procedura: mangia composto nel tuo piatto, fai i bisogni nell’apposita lettiera e di tanto in tanto strusciati contro le gambe della ragazza in segno di affetto e gratitudine. Se lei emette quel suono isterico che dice “no!”, stai sbagliando qualcosa, però se lo dice con calma allora devi insistere perché è lei che sbaglia e bisogna che lo capisca.

Il problema con le persone è che a un certo punto s’illudono che hai bisogno di loro e che gli appartieni, però in quel caso riconoscevo che Sami e suo fratello non se la passavano così male: mangiavano bene, dormivano al caldo, ricevevano tante attenzioni e godevano di una finestra sempre aperta per andare a esplorare il quartiere. Diciamocela tutta: non avevano unghie affilate come le mie né una gran rete di relazioni sociali (anche perché erano stranieri), ed erano un po’ arrugginiti dalle comodità della vita domestica, ma questa era una cosa che a me certo non poteva succedere. E poi stava arrivando l’inverno.

Ora, si sa che quelli come me vivono di piccoli obiettivi: procacciare cibo, catturare un volatile, conquistare un nuovo territorio. Beh quel pomeriggio qualunque io ne avevo trovato uno veramente ambizioso: dovevo entrare in quella casa.

 

 

Seconda Parte

ADOLESCENZA-

 

Tanto per essere chiari io non cercavo fissa dimora o nuovi amici, rimediavo solo una soluzione per l’inverno. E per inciso non ne avevo bisogno veramente: me la sono sempre cavata per conto mio e me la sarei cavata anche se le cose non fossero andate come poi sono andate.

Le prime volte che ho petulato sotto il portone della ragazza ci ho guadagnato cibo in scatola di prima qualità e un mucchio di complimenti e di ottime carezze: non sono mica tutte uguali, a me piacciono quelle belle energiche che ti schiacciano a terra e appena tiri su il sedere ne arriva subito un’altra.

L’appartamento anche era un buon affare, aveva una bella disposizione multilivelli ed era tutto pieno di cuscini e oggetti per giocare; poi visto che con Sami e il ciccione le cose si stavano mettendo bene, alla sesta visita mi sono finalmente deciso a prenderlo.

Ho dovuto urlare un po’ perché secondo me la tipa era mezza sorda, mica lo capiva che volevo restare, continuava a salutarmi e chiudere la porta.

Tutti quanti si sono subito affezionati a me; modestamente sono bravo in queste cose.

Io rispetto tutti e mi faccio rispettare, è semplice, è come la storia del gioco delle tre ciotole, quelle che la nostra coinquilina aveva messo sotto la finestra: quella vicino all’acqua è del ciccione, quella in mezzo di Sami, l’altra è la mia.

Il gioco funziona così: secondo la disposizione ognuno comincia dal suo piatto, poi chi finisce per primo si scontra con quello accanto e se è bravo continua a mangiare.  Va da sé che Sami era quello messo meglio perché stava al centro, ma andava bene, lui era uno che il rispetto se lo sapeva guadagnare.

Il punto era, io potevo anche essere il re del quartiere, ma lui era il re della casa. E questa era una cosa che stava bene a tutti.

Nella nuova base la giornata tipo era scandita da precisi appuntamenti:

Al mattino sveglia e colazione tutti insieme a base di latte e carne scelta; seguiva l’esplorazione del quartiere e per quella facevamo i turni, perché l’appartamento restava vuoto tutto il giorno e c’era una fila di conquistatori pronti a invaderlo, come quel tipo robusto e cattivo del tetto di fronte, quello che lo chiamavano il “Roscio”.

Rientro all’imbrunire, segnalato da portone che sbatte e chiave nella toppa: lì dopo una giornata a difendere l’appartamento da aggressioni esterne scattava l’ora del gioco delle tre ciotole. Dopo mangiato ce ne stavamo tutti davanti a una scatola magica con dentro dei piccoli umani che si muovevano e parlavano; Sami ne approfittava per fare le pulizie, e alla fine era lucido che quasi brillava; Charas come di consueto elemosinava massaggi dalla coinquilina senza un briciolo di dignità: era una vergogna per tutta la specie, quel ciccione vizioso. Io di solito me ne stavo sdraiato accanto a Sami che quando finiva di lavare se stesso iniziava con me: non che ci tenessi più di tanto, ma ognuno ha le sue fisse e comunque da lui ho imparato tecniche di pulizia infallibili. Anch’io gli ho insegnato un sacco di cose.

Per tutto il tempo che ho vissuto nella nuova base ho badato di non perdere le mie buone abitudini, così quando perlustravo il quartiere facevo sempre visita ai vecchi amici e qualche volta per farli contenti rimanevo a dormire da loro, però poi tornavo sempre. Non era per il cuscino gigante perché anche la signora Rosa, per esempio, ne aveva uno; e non era nemmeno per il cibo o il calore o i giocattoli, alla fine potevo avere tutte queste cose anche dagli altri amici.

La verità era che io coi due fratelli ci stavo bene e anche con la ragazza, infatti cercavo anche di rendermi utile, tipo qualche volta la accompagnavo a procacciare cibo dietro l’angolo di casa, solo che non mi facevano mai entrare e mi toccava aspettarla fuori, si vede che dentro quella grande stanza la lotta era esclusivamente fra umani.

Ogni volta che lei spariva dietro quella porta iniziavo a passeggiare nervosamente avanti e indietro finchè non ne veniva fuori, e scrutavo con attenzione tutti quelli che entravano per vedere se erano tanto più grossi di lei. Però alla fine la mia coinquilina doveva essere una tosta, perché usciva sempre con grandi buste piene di roba.

Col ciccione non si può dire che stessimo diventando amici, ma a un certo punto è successa una cosa che ci ha avvicinato parecchio. Sami si è ammalato e la coinquilina l’ha portato via, così siamo rimasti noi due da soli per un po’. Di allenarsi alla lotta non gliene fregava niente, questo era chiaro, però le smancerie gli piacevano, così qualche volta l’ho fatto contento. Sami mancava a tutti e due quindi almeno una cosa in comune ce l’avevamo.

Poi è sparito pure Charas e sono rimasto solo. Ho setacciato l’intero quartiere, dei due fratelli nemmeno l’ombra.

Un giorno la ragazza è tornata, mi ha messo dentro una di quelle basi mobili e mi ha portato a trovarli: stavano in un posto orribile dove puzzava di malattia, e li avevano chiusi in delle gabbie piccole piccole una affianco all’altra, che si potevano solo sentire ma non vedere.

Ci hanno sbattuto anche me, là dentro, ma ho urlato tanto che alla fine mi hanno rimandato alla base.

Anzi, hanno rimandato indietro tutti.

E lasciatemelo dire, sono stato veramente contento, perché quella ormai era la mia casa, e loro, beh ora non voglio fare troppo il romantico, ma loro ormai erano diventati … si, insomma….i miei fratelli.

E tutti quanti insieme noi eravamo una famiglia.

Terza Parte

-MATURITA’-

Non so se vi ho già detto che i miei fratelli erano stranieri: venivano da un posto molto lontano dove si poteva arrivare soltanto con le case mobili, e detto fra noi non è che da dentro fossero uno spasso.

In certi periodi dell’anno andavamo tutti in villeggiatura lì, in questa grande base con giardino, e sarebbe stato veramente figo se non fosse che il posto era già abbastanza affollato: tre umani, tre cani, più tutti i parenti di Sami e Charas.

La prima volta che siamo andati da quelle parti ho subito messo in chiaro le cose con gli altri inquilini: venivamo in pace ed eravamo solo di passaggio, quindi non c’era bisogno di farci la guerra.

La verità è che erano tutti un po’ invidiosi perché noi venivamo dalla capitale (io poi ero proprio romano d.o.c.), loro invece stavano da sempre in quel paesetto dove persino le case mobili erano rare e non succedeva mai niente.

Però c’erano gli alberi, tanti alberi, e quello era divertente. Una volta d’inverno ne ho visto persino uno da interni, un esemplare un po’ strano, con tutti i germogli rotondi luccicanti, una specie di stella sulla punta e un mucchio di scatole colorate alla base: ho provato ad arrampicarmici, ma la signora della casa ha iniziato a urlare e a corrermi dietro quindi ho dedotto che fosse una specie delicata che era meglio non toccare.

Non ho mai capito perché gli umani certe volte danno di matto in quel modo; tu pensi di far loro una bella sorpresa e invece si arrabbiano come iene.

Per esempio: siccome la nostra coinquilina era giù di morale da un po’, un pomeriggio che eravamo soli a casa io e i miei fratelli abbiamo deciso di farle un regalo, qualcosa che al suo rientro l’avrebbe resa felice e orgogliosa di noi. Allora abbiamo trovato questo bel piccione grigio, grasso al punto giusto.

L’agguato era preparato in ogni dettaglio, ognuno aveva un ruolo preciso, come vera squadra: in perfetto silenzio Sami aggrediva da destra, Charras da sinistra e io sbucavo frontalmente da dietro il muretto.

Lo abbiamo trascinato fin dentro casa, avendo l’accortezza di non ucciderlo, e non era una cosa facile perché era bello grosso e inoltre bisognava scavalcare e farlo passare dalla finestra. Insomma non per vantarmi, ma eravamo stati proprio bravi.

E per tutta risposta la ragazza che cosa ha fatto? Ci ha urlato contro e anziché premiarci o immergerlo nel sugo l’ha portato via. Forse se l’è mangiato da sola, che già non è carino, però poteva almeno dire grazie.

Dopo l’estate siamo andati di nuovo tutti in villeggiatura. Sembrava come tutte le altre volte, invece era diverso perché nel giro di pochi giorni la nostra coinquilina era scomparsa, e giuro che l’abbiamo cercata dappertutto: forse era andata a trovare degli amici e si era fermata a dormire da loro, come facevo sempre anch’io.

Ora, da che esisto sono abituato a pensare in fretta e agire anche più velocemente, e le cose stavano più o meno così: mi trovavo in un posto che di padroni ne aveva già abbastanza, non avevo la minima idea su come usare la casa mobile per riportare a casa me e i miei fratelli e non conoscevo nessuno che in caso d’emergenza potesse soccorrermi. Perciò, permettetemi, era arrivato il momento di levare le tende e farmi degli amici, come dire, imbastire un “Piano B”.

Non sapendo cosa fare né dove andare, mi sono seduto a riflettere qui, su una panchina davanti a un’umana finta col velo azzurro e tutte lucine rosse ai suoi piedi, a pochi passi dalla grande base.

Poi dopo un sacco di tempo, in una sera d’inverno, la ragazza incredibilmente è tornata ed è venuta a cercarmi; è venuta anche il giorno dopo, e quello dopo ancora. Una volta è venuta persino coi miei fratelli e abbiamo trascorso un bel pomeriggio tutti insieme come ai vecchi tempi.

Detto fra noi io non ero arrabbiato, solo che aspettando di capire cosa fare o dove andare erano passati due anni e non avevo fatto niente e non ero andato da nessuna parte. Ero rimasto lì, immobile, a sentire la mancanza della mia vecchia vita, della mia casa e della mia famiglia. A sentire la mancanza della capitale e dei tetti, dei rumori assordanti della mia città. A domandarmi se l’avrei mai rivista, la mia città.

Dopo la loro ultima visita, non ho più incontrato i miei fratelli ma la ragazza ogni tanto viene a trovarmi, si siede sulla panchina accanto a me e mi racconta quello che succede, mi accarezza energicamente come solo lei sa fare e poi se ne va. Io allora l’accompagno fino all’incrocio della grande base, ci scambiamo un ultimo sguardo e poi torno alla mia panchina.

Inutile puntualizzare che oggi sono il “Re” del quartiere anche qui: non che sia difficile difendere il trono dove non succede mai niente. La gente dei dintorni mi porta da mangiare, mi coccola, e in caso di bisogno mi offre riparo dalla pioggia e dal freddo. Tutti mi conoscono e io so bene quali sono le case amiche e quali è meglio evitare, e da randagio quale sono e resterò sempre me la cavo alla grande, proprio come da piccolo.

Solo che questa non è la mia città.

Roma è la mia città.

db

NOTE

Nero vive attualmente, e da ormai diversi anni, nei pressi di un piccolo Santuario: gode di ottima salute. Tutti i personaggi elencati nel racconto sono realmente esistiti e tutti i fatti realmente accaduti.


Annunci