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Pubblicato su www.nextme.it 

Fra qualche anno potremmo sembrare tutti un po’ l’uomo bionico, dotati di auricolari incorporati che ci tengono in contatto col mondo senza l’uso delle mani e con la realtà virtuale a portata di sguardo, chiusa in un bel paio di lenti: non è fantascienza, sta accadendo davvero.

L’Università di Washington, in collaborazione con quella finlandese di Aalto, porta avanti dal 2008 una ricerca in tema di lenti a contatto per offrire aggiornamenti, e-mail e messaggi direttamente nel nostro campo visivo, utilizzando delle speciali lenti che proiettano come in sovraimpressione tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno senza il supporto di schermi o altri dispositivi.

Esiste già un primo prototipo, sperimentato, come spesso accade, su alcuni conigli: dai test risulterebbe essere innocuo sia per la retina oculare che per l’intero organismo, ma con qualche dettaglio da sistemare. Innanzitutto c’è un problema di visualizzazione delle informazioni, la cui proiezione è troppo vicina all’occhio per risultare chiara. I ricercatori stanno ora lavorando su lenti Fresnel, più sottili di quelle standard, con l’obiettivo di risolvere questo problema.

Il prototipo è poi dotato di un solo pixel, ma anche questo dettaglio può essere risolto nel giro di poco e le lenti del futuro saranno certamente dotate di molti più pixel; e c’è infine un problema legato all’alimentazione della batteria e la trasmissione del segnale: per il momento infatti le lenti funzionano esclusivamente a distanza minima (circa 2 centimetri) dalla batteria, e c’è dunque la necessità di apportare migliorie al design dell’antenna e al meccanismo di trasmissione delle frequenze.

Malgrado questi limiti, però, la sperimentazione sui conigli può dirsi andata a buon fine e così la ricerca può proseguire affinandosi sulla base di questo primo prototipo; “Il nostro prossimo obiettivo”, ha dichiarato il Prof. Babbak Praviz, co-autore dello studio, “è quello di incorporare anche informazioni testuali nelle lenti a contatto”. Praviz ha anche spiegato con orgoglio i meriti di questi primi tentativi, il cui ostacolo principale è stato senza dubbio costituito dalla delicatezza dei materiali utilizzati: si tratta infatti di circuiti composti da strati di metallo di pochi nanometri di spessore, ovvero circa un millesimo dello spessore di un capello umano.

Inutile dire che, se il progetto andrà in porto, si aprirà una strada completamente nuova nel campo dei videogiochi virtuali come in molti altri: in medicina, per esempio, il dispositivo potrebbe essere collegato a dei biosensori capaci di rivelare tutto ciò che accade al nostro interno; per non parlare delle numerose potenziali applicazioni alla guida, al mondo del lavoro e in generale all’intera quotidianità.

E ribadiamo, non è fantascienza, sta accadendo davvero.

db

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