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Pubblicato su www.nextme.it 

Dalla Columbia University di New York City giungono i risultati di uno studio che ha dell’incredibile: l’incremento di neuroni giovani, anzi neonati, in un cervello adulto possono migliorare notevolmente la memoria, le capacità decisionali e persino l’umore.

L’esperimento di neurogenesi è stato effettuato per ora soltanto su alcuni topi e riguarda principalmente la zona cerebrale dell’ippocampo, quella cioè legata alle capacità mnemoniche e all’apprendimento. Il processo di rigenerazione avviene, in verità, anche naturalmente, nel senso che ogni cervello adulto produce di suo neuroni nuovi di zecca. Tuttavia, molte di queste cellule di solito non sopravvivono a lungo, poiché i fattori che possono inibire la loro crescita sono molteplici (per esempio malattie, droghe ecc.), senza contare che alcuni geni, operando la loro consueta funzione, possono ucciderle.

Il Prof. Renè Hen, ricercatore presso il Dipartimento di Neuroscienza e Farmacologia, assistito dal neo ricercatore Amar Sahay, è però riuscito a ‘creare’ un campione di topi in cui tali geni risultano spenti, il che significa in parole semplici che la loro funzione ‘killer’ è nulla, e si verifica al contrario una proliferazione di nuovi neuroni. Questo campione di topi, poi oggetto di una serie di test successivi, sembra aver mostrato eccellenti capacità d’apprendimento e soprattutto di riconoscimento delle esperienze pregresse.

Una delle conseguenze più immediate? L’assenza di comportamenti ansiosi o di reazioni dettate dal panico: i topi soggetti ad un indisturbato rinnovamento cerebrale (normalmente il 50-80percento è destinato ad andare perduto) non hanno avuto comportamenti post-traumatici di questo genere, salvo nei casi in cui questi ultimi venissero indotti appositamente.

Come spiega Hen, tanto per comprendere meglio questi meccanismi cognitivi, “Anche se ricordiamo bene cosa accadde a New York l’11 settembre 2001, quando vediamo un aereo sopra le nostre teste siamo capaci di riconoscere che si tratta di una situazione molto diversa. Alcuni pazienti con disordini mentali post-traumatici non sono in grado di fare la stessa distinzione”.

Ecco perché lo studio, sostenuto dall’Istituto Nazionale per la Salute Mentale (NIMH), è stato pubblicato sul giornale Nature con una punta d’orgoglio e grandi aspettative: in un futuro prossimo, infatti, potrebbe avere risvolti interessanti e utilissimi proprio nella battaglia contro sintomi ansiosi e depressivi, e stavolta potrebbe trattarsi di esseri umani, non più topi.

db


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