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Pubblicato su www.nextme.it

Il gruppo di ricercatori che ha pubblicato la recente ricerca su Plos One era interessato più a indagare sull’ormone dello stress che a rinfoltire la chioma di piccoli topi. Eppure, studiando gli effetti delle cure antistress, è venuto fuori che potremmo avere presto una cura efficace contro la calvizie.

La ricerca, che ha coinvolto diversi istituti di prestigio, fra cui l’Ucla (Università della California), Salk Insititute e il Dipartimento Scienze e Salute dell’Università dell’Oregon, era infatti destinata ad altri scopi terapeutici, ma ha accidentalmente prodotto risultati eccezionali sulla crescita e la pigmentazione del pelo dei topi.

Si trattava di topi geneticamente modificati, cui era stato iniettato il CRF (corticotrophin-releasing factor), il cui effetto è quello di produrre eccessive quantità dell’ ormone dello stress. A tale proposito, i ricercatori avevano poi messo a punto un ‘antidoto’ per bloccare l’effetto del CRF (stress cronico), denominato ‘antistressina-B’, e ne stavano testando l’impatto sul tratto gastrointestinale.

Poiché il trattamento non sembrava produrre effetti significativi, la colonia di topi sottoposti all’antistressina-B  è stata in termini di ricerca ‘abbandonata’ per qualche tempo, e solo tre mesi dopo è risultata irriconoscibile agli stessi ricercatori, non fosse stato per il numero identificativo di ciascun soggetto.

I test successivi, stavolta specifici del caso, hanno dimostrato che il trattamento non solo funziona, ma ha effetti a lungo termine anche con l’assunzione in piccole dosi: una al giorno per cinque giorni è sufficiente a mantenere l’effetto della crescita attivo per oltre quattro mesi.

Nei topi più giovani, il trattamento ha impedito tempestivamente l’alopecia, mentre in quelli già calvi ha favorito in poco tempo la ricrescita e persino la ricolorazione del pelo. Ora, che lo stress e la calvizie siano correlati non ci stupisce: viene da chiedersi però in che modo, e fino a che punto.

Non è infatti ancora del tutto chiaro che cosa effettivamente abbia riattivato il follicolo pilifero dei soggetti, né quali siano i meccanismi che generano la ricrescita del manto sui topi; e a dirla tutta, resta il fatto che la crescita o la pigmentazione dei capelli umani è un’altra cosa.

Ma “gli stessi topi trattati con un farmaco per la perdita di capelli nell’uomo hanno avuto una ricrescita inferiore, il che ci fa ben sperare per le applicazioni future”, ha dichiarato Million Mulugeta, coordinatore della ricerca.

I prossimi esperimenti forse sapranno rispondere alle questioni irrisolte, e stabilire se davvero entrerà nel mercato un rimedio veloce e infallibile per le diverse forme di calvizie umane: intanto però, il brevetto è stato già depositato.

db


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