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Pubblicato su www.nextme.it

L’atto del consumo di un cibo è senza dubbio la via più veloce per appagare il nostro desiderio di mangiarlo. Sembra però che sia vero anche un po’ il contrario: il pensiero che dedichiamo a quel particolare cibo ne diminuisce il successivo consumo reale.

Un gruppo di ricercatori del Berkman Faculty Development Fund presso la Carnegie Mellon University ha infatti pubblicato su Science uno studio che, attraverso una serie di esperimenti, dimostra  come il desiderio di cibo possa essere smorzato tramite l’assunzione anche solo immaginaria dello stesso.

Significa in parole semplici che se desiderate una torta di mele e restate per un po’ a fantasticare di mangiarla pezzo dopo pezzo, quando ne avrete davanti una vera è probabile che vi limiterete ad assaggiarla, e la spiegazione di questo comportamento sta nel fatto che l’assuefazione verso la vostra torta può verificarsi anche laddove il consumo è solo immaginario. Perché questo accada, non è sufficiente pensare ossessivamente all’oggetto del desiderio; è necessaria un’esperienza degustativa, poco importa se solo mentale.

Lo studio. I ricercatori hanno analizzato il comportamento di tre gruppi di persone ai quali era stato chiesto creare rappresentazioni mentali di azioni ripetitive di diverso tipo: il primo gruppo si concentrava sull’atto di inserire 33 oggetti in una lavatrice, uno dopo l’altro; il secondo gruppo immaginava di  inserire 30 oggetti e successivamente mangiare tre M&Ms; il terzo gruppo si figurava di inserire nella lavatrice tre oggetti e poi mangiare 30 M&Ms. Due azioni, mangiare e ‘riempire’, simili gestualmente ma animate da finalità molto differenti.

Tutti i partecipanti sono poi stati invitati a mangiare liberamente delle M&Ms da una ciotola, con il risultato che il terzo gruppo ne ha gustate significativamente meno degli altri due, poiché nel prefigurare il consumo di M&Ms i volontari coinvolti hanno subìto una progressiva riduzione della motivazione a mangiarne realmente.

“L’assuefazione  è uno dei processi fondamentali per determinare quello che consumiamo”, ha spiegato Joachim Vosgerau, assistente alla Cattedra di Marketing; “Questa ricerca dimostra che l’assuefazione non è governata esclusivamente da input strettamente sensoriali come la vista, l’odore, o il gusto, ma anche dalle rappresentazioni mentali di quelle esperienze”

Le implicazioni. Se immaginare un’esperienza è una sorta di elemento sostitutivo dell’esperienza stessa, è possibile che il confine tra la sfera immaginaria e la realtà sia meno netto di quel che si è creduto fino a oggi. Quanto è emerso da questo studio potrebbe quindi aprire la strada a futuri progetti di prevenzione al consumo, per esempio, di cibi poco salutari, droghe, sigarette vizietti in generale, contribuendo a una grande quantità di scelte più sane da parte di tutti.

db

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