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Pubblicato su www.nextme.it

Una grave acne non è solo un’antipatica condizione adolescenziale: è un pericolo per la vita, poiché espone maggiormente chi ne è affetto al rischio di suicidarsi.

E’ quanto emerge da uno studio svedese recentemente pubblicato sul British Medical Journal,  che fra le altre cose analizza anche gli effetti dei farmaci comunemente utilizzati per contrastare questo difficile problema dermatologico.

Gli studiosi hanno infatti esaminato il percorso psicologico di alcuni soggetti affetti dall’acne prima, durante e dopo il trattamento con l’ isotretinoina; si tratta di uno dei rimedi più diffusi  fin dall’inizio degli anni ’80, è presente nella maggioranza dei farmaci per l’acne grave e, per quanto efficace, sembra avere implicazioni con sindromi depressive e tendenza al suicidio.

Il Dott. Anders  Sundstrom dell’Istituto Karolinska in Svezia ha però investigato più a fondo sulla questione, ipotizzando che tali tendenze possano manifestarsi indipendentemente dall’uso di isotretinoina.

Sundstrom  ha analizzato un campione di quasi 6mila individui sottoposti al trattamento per l’acne fra il 1980 e il 1989, comparando questi dati con il registro decessi ospedaliero fra il 1980 e il 2001: è risultato che 128 pazienti erano stati ricoverati a seguito di un tentativo di suicidio e che la tendenza a uccidersi era aumentata negli anni immediatamente precedenti al trattamento.

Nonostante questo, il più alto rischio veniva registrato nei i sei mesi successivi all’utilizzo dell’ isotretinoina, un dato che lascia aperta l’ipotesi di una depressione dovuta al mancato miglioramento delle relazioni sociali, a prescindere dalla scomparsa dell’acne.

Davanti a questi dati, gli studiosi sembrano concordi nel suggerire che il comportamento suicida potrebbe avere radici tanto nel problema dermatologico quanto nel suo trattamento, ma è più probabile che l’ isotretinoina funga da rinforzo a una tendenza già presente.

Data la complessità della questione, e considerando che è difficile ‘sbrogliare’ la tendenza suicida dall’assunzione di farmaci potenzialmente incentivanti,  la sola soluzione in campo medico si riassume in due parole: maggiore accortezza.

A conti fatti “la scoperta più interessante sta nella constatazione che dopo il trattamento il rischio aumenta”, ha dichiarato Sarah Bailey del Dipartimento di Farmacia e Farmacologia presso l’Università di Bath, “il che dimostra che è essenziale non solo seguire i pazienti per l’intero corso farmacologico, ma anche continuare a monitorarli con attenzione dopo”.

db

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