C’era quell’aria umida tipica dell’autunno che avanza, ingannata da un insolito, prudente raggio di sole che sembrava a tutti costi volere essere all’altezza di illuminare tutto.

Ogni cosa sembrava iniziare esattamente da lì, da una panchina lontana nascosta fra gli alberi fruscianti di Victoria Park, e l’universo tutto s’era fermato a contemplare in silenzio una clemente domenica londinese. Un paio di scoiattoli s’agitavano intorno come a danzare la melodia degli uccellini fra le foglie rossastre, un suono dolce, vagamente affranto, forse il malinconico arrivederci che precede l’imminente migrazione verso una terra più ospitale.

La piccola bicicletta color canarino se ne stava pazientemente parcheggiata in attesa di una nuova avventura, che ormai di strada ne aveva fatta, e però non si stancava mai; dietro di lei uscivano ed entravano dalla visuale sconosciuti che correvano, passeggiavano, portavano a spasso il cane o pedalavano avvolti nello stesso mistico silenzio del giorno libero per eccellenza.

Sulla panchina un pò appartata, la penna scorreva languida sul foglio d’un taccuino malandato, scriveva d’una verità inaspettata, imprevedibile: nella capitale del business e dell’impersonalità, nella patria dell’arrivismo e della competitività, qualcuno aveva trovato finalmente la sua pace.

Era nella bellezza.

Perchè nell’esasperata solitudine d’una città ostile, ci si sorprende a pensare che l’essere umano tende a compensare il gelo intorno con l’amore per il tutto, riunendosi con la natura e con le piccole cose in perfetta armonia.

Su quel pensiero la penna si fermò. E i sensi si abbandonarono senza riserve a quella bellezza.

Saltò in sella alla bicicletta sgangherata, e pedalò per ore al ritmo dei suoi vecchi e nuovi cigolii -30 anni di chilometri percorsi e un viaggio in europa si sentivano- mentre il cielo sopra Londra sfoggiava le più belle tinte di viola che avesse visto mai.

Pedalò senza voltarsi mai. E lentamente il buio calò, scacciando l’ostinato raggio di sole, si posò sul suo sorriso, sul parco ormai deserto e sul taccuino abbandonato all’angolo della panchina.

db

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